Uscire dall’euro senza uscire dall’Unione?

La fase che l’Unione europea sta attraversando è decisamente quella più critica che sia capitata dalla sua fondazione fino ad oggi. Alti e bassi hanno sempre caratterizzato il processo di integrazione comunitaria, ma mai come in questo momento si è avuta la sensazione di essere di fronte ad un punto di non ritorno: o si reagisce o il sogno europeo finisce qui.

C’è chi, tuttavia, in una situazione come questa, che richiederebbe una forte coesione tra gli Stati, se non una certa solidarietà economica, auspica la “retrocessione” dei Paesi le cui finanze non consentono più la permanenza all’interno dell’eurozona. Di “geometrie variabili”, di Europa a più velocità, se n’è sempre parlato ed in diversi ambiti è una realtà (vedi Schengen), ma in quello monetario, una volta adottato l’euro, ciò non è consentito.

Il Trattato di Maastricht prevede l’obbligo di adottare l’euro per tutti i Paesi che abbiano raggiunto i requisiti stabiliti dai criteridi convergenza previsti dal Trattato di Roma (art.121, ex 109 J, TCE). Uniche eccezioni sono gli Stati membri con deroga, ovvero il Regno Unito e la Danimarca, i quali hanno ottenuto in sede di negoziazione, il primo l’opting-out, ovvero di poter mantenere la sterlina, il secondo l’opting-in, ovvero di adottare l’euro in seguito a procedura referendaria positiva in sede nazionale. C’è tuttavia un’anomalia, che è il caso della Svezia la quale, pur rispettando i criteri di convergenzae non avendo negoziato clausole specifiche (come gli altri Paesi appena citati), si è trovata nella condizione di dover mantenere la corona perché il referendum sull’adozione dell’euro ha avuto esito negativo. Eccezioni a parte, resta il fatto che dall’eurozona non si può essere “cacciati”!
In una situazione in cui diversi Stati sono sull’orlo del default sarebbe quanto meno opportuno pensare ad un rafforzamento del fondo salva stati, un consolidamento della BCE quale garante di ultima istanza delle banche centrali nazionali; ma vi è chi sostiene la necessità di una revisione dei Trattati onde consentire l’estromissione o l’uscita volontaria degli Stati dall’Eurozona.

Una posizione, questa, portata avanti strenuamente dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, il cui elettorato si dimostra poco propenso ad addossarsi il debito di Paesi a rischio come la Grecia.

Il problema, ora, è che a rischio ci siamo anche noi, ed il fallimento del nostro paese non sarebbe assolutamente sostenibile. Ma non sarebbe sostenibile, in un momento in cui l’Unione è nel mirino dei mercati finanziari, nemmeno indire una nuova conferenza intergovernativa per rivedere leregole di base dei Trattati, la quale potrebbe comportare uno stallo tecnico dovuto ad un necessario accordo tra 27 Stati.

Non resta altro che aspettare di vedere i risultati della terapia Monti, perché, a quanto pare, le sorti dell’Unione sembrerebbero dipendere proprio dalle riforme che varerà il nuovo governo italiano.

Se l’Italia non sarà solvibile, sarà l’Europa a fare default.

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