Trovo interessante approfondire un articolo sugli italiani emigrati perché sono stati e sono tuttora i protagonisti di una parte della storia del nostro Paese. Oltre ai 150 anni di unità territoriale, la nostra storia culturale parte da ben più lontano, un viaggio affascinate da far invidia alle altre Signore Nazioni del Mondo.
L’Italia è stata interessata al fenomeno dell’emigrazione soprattutto nei secoli XIXe XX. Ha riguardato dapprima il Settentrione(Piemonte, Veneto e Friuli in particolare) e, dopo il 1880, anche il Mezzogiorno. Non è mai del tutto terminato. Attualmente all’estero ci sono 4.028.370 il 6.7% degli oltre 60 milioni di residenti in Italia, un aumento rispetto allo scorso anno di 113.000 unità e di quasi un milione rispetto al 2006. L’Argentina supera di poco la Germania, poi abbiamo la Svizzera che accoglie da sola mezzo milione di Italiani, segue la Francia, il Brasile e Australia, Venezuela e Spagna che superano le 100 mila unità.
L’emigrazione Italiana ha coinvolto in passato nella maggioranza dei casi poveri contadini, poi lavoratori dell’industria impiegati e infine anche persone ad alta qualificazione. Molte furono le difficoltà incontrate in fase di accoglienza. Inizialmente s’inserirono nei settori lavorativi più umili. Partendo da condizioni sfavorevoli, già le prime generazioni e ancor più le seconde, riuscirono a realizzare un livello di integrazione soddisfacente di intere collettività. Ma a dare un valore aggiunto all’integrazione sono le biografie di illustri italiani tra i quali troviamo 10 Presidenti della Repubblica nella sola Argentina, innumerevoli parlamentari nel mondo, sindaci, membri della corte costituzionale, professionisti, uomini di cultura, artisti e uomini di chiesa ecc. L’adattabilità, la flessibilità, la capacità di dialogo e di affrontare situazioni di conflitto e di crisi determinano il nostro carattere nazionale , e, in relazione al ruolo geopolitico dell’Italia, simili caratteristiche hanno permesso ai nostri connazionali di raggiungere posizioni di primo piano a livello internazionale.
L’attuale fenomeno dell’emigrazione italiana coinvolge sempre più figure tecniche e persone qualificate assunti da Centri Ricerca, Università e imprese multinazionali o in trasferta all’estero al seguito delle loro aziende. Si tratta spesso anche di giovani muniti di elevati titoli di studio. Per loro l’emigrazione rappresentaun’opportunità in primo luogo professionale per emanciparsi dalle difficoltà incontrate nel mercato del lavoro italiano. Vi è poi lo spostamento temporaneo degli studenti universitari, una migrazione sui generis e dal rilevante impatto culturale. Il programma Socrates-Erasmus, dal 1987 al 2000, ha visto spostarsi 750.000 studenti universitari europei per trascorrere un periodo di studio all’estero.
Ma il fiume di persone che si trasferisce non comprende solo coloro che approdano nei Paesi esteri, ma anche coloro che dal Mezzogiorno si spingono verso le terre del Nord Italia. Incisivo fu il terremoto in Irpinia il 23 Novembre 1980 che coinvolse le province di Avellino, Salerno e Potenza. La tragedia provocò 2.735 morti, 8.848 feriti e 368.707 sfollati*1.
Questa area del mezzogiorno si avvicina maggiormente alla storia nazionale del nostro paese in merito al movimento migratorio. La stragrande maggioranza degli sfollati (il 30%) migrò in Svizzera e in Germania con presenze in Francia, Belgio e Gran Bretagna. Il 48,1% rimase in Italia in particolar modo trasferendosi nel Nord. Nonostante siano stati investiti 30 miliardi di euro (pari a una manovra finanziaria) sembra che tale intervento economico non abbia apportato decisivi cambiamenti, deludendo e tradendo speranze di coloro che avevano subito una disgrazia di dimensioni sconvolgenti. L’emigrazione interna degli italiani dal Meridione al Centro-Nord del paese non è un fenomeno esaurito e rappresenta ancora oggi una peculiarità del mercato del lavoro italiano, un fenomeno quasi unico tra paesi più sviluppati. Rispetto al secolo scorso gli spostamenti coinvolgono in misura maggiore i giovani con una forte concentrazione nella fascia lavorativa dai 25 ai 34 anni, in particolare verso le regioni Lazio e Lombardia. Le regioni meridionali che alimentano questi spostamenti sono Campania, Puglia, Sicilia e Calabria (questa con maggiore impatto sulla popolazione residente), infatti, le uniche province che hanno più di 100.00 emigrati sono Agrigento e Cosenza. La conseguenza di questi abbandoni di residenza condizionano in misura molto più sensibile che in passato il Mezzogiorno, depauperandolo delle generazioni in età riproduttiva in un momento di generale calo di natalità avvicinando l’area in una condizione di declino dalla popolazione autoctona. La crisi economica ha ridotto sensibilmente la possibilità di trovare lavoro in queste zone. Non avendo alternative occupazionali e vedendo bloccate le chance al Settentrione i giovani meridionali hanno persino rinunciato a cercare lavoro. Un disagio della nostra generazione che ha smesso di sperare in un futuro. Altri connazionali che fanno parte di questo profluvio sono i frontalieri. “Ciò che distingue un lavoratore frontaliero dal tradizionale lavoratore migrante è il fatto di essere residente in uno Stato e di lavorare in un altro”*2. Dall’Italia si mobilitano 150.000 frontalieri. Solo verso la Svizzera se ne stimano 50.000 che pur non essendo membro dell’EU tale figura è disciplinata dalle convenzioni bilaterali di doppia imposizione valide per la determinazione del regime fiscale applicabile a questa categoria di lavoratori. Oltre alle problematiche legate alla residenza e ai vantaggi sociali, si sono imbattuti nel muro elvetico in cui l’anno scorso una campagna promossa da un sito svizzero li ha paragonati a dei ratti, una chiara allusione a coloro che si guadagnano da vivere rubando. Ma non è questa la sede più opportuna per proferire le mie impressioni in merito, dato che ha già echeggiato sulla stampa mondiale suscitando una serie di reazioni sia politiche che sociali. In questa circostanza intendo solo valutare e riportare il fenomeno migratorio che ha interessato e interessa la realtà territoriale in questione.
Il gran numero di connazionali che lasciano la propria terra per andare all’estero o per trasferirsi in un’altra regione appartengono ad ogni fascia d’età e, seppur spinti dalla fiducia di poter riuscire a trovare una concretizzazione delle proprie speranze, ognuno porta con sé la propria italianità che spesso si vorrebbe tramandare ai figli che nascono nei territori in cui si sono definitivamente trasferiti. Tra le esigenze prioritarie emerse da varie interviste, c’è quella di non perdere il legame culturale e familiare con l’Italia. La principale preoccupazione è il non poter accudire i genitori anziani rimasti in Patria. Vi è poi la problematica di inserirsi nel nuovo contesto sociale e culturale sentendo la mancanza della vivacità delle comunità di provenienza.
In fondo ognuno di noi vorrebbe che il nostro Paese ci permetta di soddisfare i nostri bisogni, non ci metta in condizione di andare via per non tornare. Poter vivere all’estero deve essere un’occasione per apportare una visione più ampia della realtà in cui siamo immersi: la globalizzazione, un valore aggiunto per se stessi e per la comunità di cui facciamo parte. Ogni italiano desidera poter vedere un’Italia che partecipi all’orchestra internazionale e in particolare in quella Europea come un punto di riferimento culturale, politico ed economico.
Programmare concrete politiche di sviluppo è fondamentale, poiché il nostro territorio dall’estremo Nord all’estremo Sud è ricca di risorse lasciate a se stesse. Bisognerebbe investire maggiormente nella ricerca e nella tecnologia per ridurre i danni di terremoti e altre calamità naturali che si possono riversare sul nostro territorio, come è accaduto recentemente nelle province della Toscana e della Liguria, e nella Capitale, nella speranza di poter evitare, o quanto meno ridurre disastri e vittime. Sarebbe opportuno non rifare gli stessi errori dell’Irpinia costringendo molte persone a lasciare il proprio territorio apportando un conseguente danno all’economia locale e nazionale. La rete degli Italiani all’estero potrebbe fornire all’Italia spunti di rinnovamento in questa persistente fase di stallo aggravata dalla crisi internazionale. Vestiamo la maglia dell’Italia non solo ai mondiali di calcio ma ogni giorno, sia che viviamo nel Belpaese sia che viviamo fuori da esso.
Fonti e dati reperiti Rapporto Migrantes 2009 e 2010 – Ministero affari esteri – Aire - Istat – siti web delle singole regioni e comuni italiani –*1 studi università di Napoli – Ministero dell’interno- *2 www.europarl.europa.eu
Ho chiesto a un carissimo amico una testimonianza per il mio articolo, dato che abbiamo condiviso un pezzo di vita insieme da “emigrati”. Dopo aver frequentato inconsapevolmente lo stesso liceo, negli stessi anni, il destino ci ha voluto riservare uno scorcio di vita insieme facendoci conoscere come vicini di casa sullo stesso pianerottolo.
“Capita. Una sera come tante altre accade qualcosa di profondamente diverso. Ti ritrovi al solito pub, davanti alla solita birra, a parlare con gli amici di sempre. Ma i discorsi cambiano, cominci a parlare e a sentire parlare di futuro, prospettive, difficoltà e crisi del tuo Paese… Ci si lamenta, un po’ tutti. Poi tra un sorso ed un altro osservi meglio le persone intorno a te, rifletti sulla loro storia e la scopri diversa dalla tua. È un momento intenso, quegli amici così uguali a te sono improvvisamente diversi da te e la loro storia dalla tua. Quelle differenze che non esistevano tra i banchi di scuola, su un campo di calcio inseguendo un pallone o davanti a un Cuba libre, improvvisamente emergono, nette ed evidenti. Ci si lamenta, tutti, ma ognuno forte della propria storia, della propria famiglia, dei propri agganci e dunque del proprio futuro. E tu? Ti immagini qualche anno più vecchio a lamentarti ancora della tua situazione, sorseggiando la solita birra nel solito pub, e il rimorso di non aver provato a cambiare la tua storia ti assale, perfido, persino nell’immaginazione. Capita. Devi decidere e decidi. Scegli un’alternativa, una qualsiasi, la più fattibile, prepari la valigia e parti. Saluti gli amici e loro ti abbracciano sorridenti dicendoti che stai facendo la cosa giusta, che è solo un’esperienza di qualche mese, poi tornerai…. Ma a volte capita di non tornare. Passano i mesi e piano piano ti ambienti, affronti le difficoltà superando le differenze culturali e cominci a crearti nuove amicizie. Passano gli anni, ti stabilizzi a livello lavorativo, cresci, vedi i frutti di tutti i tuoi sforzi, incontri una persona di cui ti innamori, sei sempre più radicato… Improvvisamente ti guardi indietro, ne è passato tanto di tempo, quel pub e quella birra sembrano lontani una vita. Più passa il tempo e più la possibilità di scegliere un’alternativa alla tua nuova vita si assottiglia, ti domandi se sia la scelta giusta, senti la mancanza fortissima dei tuoi amici, quelli di sempre, quelli che ti conoscono sul serio e ti domandi se veramente vuoi vivere una vita lontano da quella che era la tua vita… Poi guardi la televisione e vedi che la situazione del Paese è sempre peggiore, mentre tu hai fatto passi in avanti enormi, conquistati con le tue sole forze e ti immagini ancora seduto a quel pub mentre di nuovo sei là a lamentarti…Un giorno parti e a volte non torni. Capita. Puoi stare ore e giorni a pensare, a interrogarti sulla tua scelta cercando di capire se sia stata realmente la scelta giusta. Poi ti rendi conto che non ha senso, che hai avuto tanto e tanto ancora avrai, e tutto ciò che avrai sarà tuo, nessuno ti avrà regalato niente e nessuno ti avrà sottratto niente ingiustamente… I tuoi amici sai di poterli trovare ancora dove li hai lasciati ad aspettarti, li incontrerai di nuovo al solito pub, davanti alla solita birra, ognuno con il proprio percorso e la propria storia da raccontare. In fondo la vita è una storia da raccontare e l’importante è lasciare un bel ricordo di sé agli altri, sia stando a casa propria che in giro per il mondo, ovunque sia. Non ha senso chiederti se sia la strada giusta, perché ogni strada se percorsa con lo spirito giusto, è quella giusta.” M.B.





L’emigrazione italiana, al di là delle opinabili venature romantiche di cui è stata talvolta rivestita, ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, una profonda ferita nella storia dell’Italia, in particolar modo per le terre del Mezzogiorno che in questo senso hanno pagato un doloroso contributo per la crescita del Paese. Con sobrietà, e cura dei dati, l’articolo ripercorre l’epopea dei nostri connazionali che, armati di valige di cartone, hanno affrontato gli oceani per cercare un riscatto negatogli in Patria.
Giustamente, in finale, l’autrice ci ammonisce tutti a non sentirci italiani solo durante le competizioni calcistiche, ma a ritrovare quell’orgoglio e quella forza, che già furono dei nostri Padri, e che mai come oggi sono indispensabili per affrontare il delicato momento socio-politico che stiamo attraversando.
Buongiorno,
purtroppo emigrare è un’esigenza di vita non più una scelta. L’Italia ormai lascia speranze nulle ai giovani che si trovano “costretti” ad andare all’estero. L’ITALIA E’ DIVENTATO UN PAESE PER ANZIANI!!!!
Mi trovo,mio malgrado,a sottolineare questa affermazione nei miei 29 anni.
CHE AMAREZZA
Complimenti per l’articolo, affronta una tematica attualissima, che purtroppo o per fortuna noi giovani abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Concordo con klyzia, viviamo in un paese in cui ci viene offerto poco spazio, l’età media è alta e difficilmente si intravedono prospettive interessanti, o comunque per costruirsele occorre impiegare sforzi che esigono sacrifici abnormi. Sarebbe auspicabile che oggigiorno l’opportunità di partire all’estero o spostarsi nel nostro territorio fosse una scelta, un modo per fare carriera, ma non è così, perchè è una vera e propria costrizione…si vive nella dicotomia TUTTO O NIENTE ….donna in carriera o disoccupata in giro a vuoto per la città!!!
L’ articolo, mi tocca molto, anche perchè sono un emigrato anch’io e anche se la mia partenza dall’Italia è avvenuta per una pura scelta di carriera, contiene in se tutte quelle emozioni che chiunque lascia la sua terra vive. Vorrei lasciarvi uno spunto di riflessione e una rettifica. Lo spunto è del mio amico e paesano Salvatore Inglese che dice: “L’emigrazione non si costituisce come un evento neutro ma come congiuntura critica generale e persistente che si impone come fattore di perturbazione dei meccanismi di regolazione dell’individuo e del gruppo.Per ciò stesso essa deve essere fronteggiata con molteplici strumenti culturali e psicologici. Essa si manifesta come periodo di transizione ambivalente, come un’occasione di sviluppo che contiene anche un rischio concreto di perdita e di dissoluzione”. La rettifica all’articolo è questa: non sono gli accordi di doppia imposizione fiscale che tutelano i frontalieri. Le Convenzioni contro le doppie imposizioni dal punto di vista giuridico sono trattati internazionali con i quali i Paesi (anche extra EU)contraenti regolano l’esercizio della propria potestà impositiva.
Tali trattati hanno il fine di eliminare il duplice assoggettamento a tassazione sui redditi e/o sul patrimonio di tutti i ripettivi residenti (fiscali) e anche di prevenire l’evasione e l’elusione fiscale. In particolare i frontalieri Svizzeri sono tutelati fiscalmente dall’accordo del 1974 che è precedenta all firma dell’accordo italo-svizzero che è del 1976 (anche se adesso ne fa parte integrante).
Mi spiace, che questa puntualizzazzione tecnica faccia perdere un po di “poesia” dell’articolo. Ma spero che l’autrice perdoni una mia “deformazione professionale.
A mio sommesso avviso, per vari ed articolati motivi, l’articolo è ben fatto.
Intanto l’incipit: l’inquadramento storico iniziale è utilissimo per far comprendere al lettore di cosa si sta parlando e, soprattutto, della misura del fenomeno, oggetto dell’articolo: l’emigrazione italiana; un avvenimento, questo, che ci accompagna da oltre un secolo.
Non si tralascia nemmeno l’odierna “transumanza” dei giovani italiani che rifuggono dalla situazione stagnante e dalla scarsa valutazione del merito, caratteristiche proprie del mercato del lavoro italiano.
Utilissimo, ancora, l’apporto di statiche ufficiali riferite ad alcuni episodi emblematici della giovane Repubblica italiana che di fatto rispecchiano l’esigenza, in modo particolare del Mezzogiorno, di fuggire da una situazione emergenziale continua nonostante gli enormi aiuti statali e di privati cittadini i quali scivolano inesorabilmente verso mille rivoli – anche illegali (ndr).
Tuttavia, non si dimentica l’apporto eccellente dato dall’emigrazione italiana a quei Paesi che hanno ospitato – magari prima con sospetto e solo successivamente con rispetto (ndr) – le nostrane maestranze e genialità che hanno contribuito a far grande il nome dell’Italia e, gran peccato, a far crescere soltanto quelle Nazioni.
Inoltre, si è citato un aspetto del fenomeno italico dell’emigrazione che di solito viene dimenticato: i lavoratori transfrontalieri, soggetti economici da tempo sotto i riflettori per la campagna denigratoria di una componente della “società civile” svizzera.
Sono stati, altresì, menzionati alcuni spunti utilissimi a ottenere dall’emigrazione non unicamente effetti negativi, come la perdita di manodopera qualificata, la riduzione della natalità, la fuga di cervelli, ma anche conseguenze positive, quali l’utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche e del territorio, e l’apporto delle comunità italiane all’estero in termini di nuove idee e nuove speranze.
Leggendo l’articolo, infine, sembra mancare il racconto di vita, ovvero di un pezzo di quello enorme affresco della storia italiana che, sebbene è piccola cosa, riesce a colorare di esperienza e di realtà vera un’esposizione del fenomeno che, ad un disattento lettore, potrebbe essere scambiata per una semplice descrizione di dati storici e statici. Tuttavia, non è così: l’idea di inserire a fine “pezzo” la testimonianza brillante e piena di emozioni di una persona vicina all’Autrice, riesce a far letteralmente cadere il lettore nella nuda e cruda realtà di un giovane emigrato, suscitando ordinatamente sentimenti di nostalgia, rassegnazione, speranza, consapevolezza che le scelte fatte andavano fatte, senza guardare indietro, e che la vita, tante volte, ti porta lontano; ma i veri affetti rimangono sempre.
Complimenti!
Egregio outis,
Onestamente non capisco il suo contributo. Lei fa un analisi “diciamo giornalistica” a difesa dell’ articolo. Ma personalmente non ne vedo nessuna necessità, visto che nei contributi che la precedono non si evince nessuna critica mossa in tal senso all’autrice. Anzi! leggo solo parole di assenso.
Le ricordo inoltre che i tre aspetti fondamentali del giornalismo contemporaneo sono: l’ accuratezza, la brevità e la chiarezza. Il primo e più importante è proprio la precisione. Un articolo può anche essere coinvolgente e caratterizzato da uno stile impeccabile ma se manca di precisione, non ha alcun valore.
Poi, se vogliamo puntualizzare, l’organizzazione o struttura di un articolo viene spesso descritta come una piramide invertita. In sostanza, un giornalista dispone gli elementi più rilevanti ed essenziali a partire dall’inizio dell’articolo stesso “principio top-loading”. Segue poi l’informazione di supporto in ordine decrescente di importanza dove l’elemento strutturale di maggiore rilevanza in assoluto è senza dubbio l’attacco. Questo è l’ABC che dovrebbe tener conto chiunque scrive un articolo di dominio pubblico.Caratterisctiche che io non ho riscontrato nell’ articolo.
“Oggi il lettore ha una responsabilità e un dovere civile. Abbandonare il pensiero istantaneo del nostro linguaggio Twitter, non ubbidire più alla dittatura del “mi piace” di Facebook. Qui non ci sarà niente che puo’ piacere. (…) Noi non siamo qui per divertire, ma per disturbare. Smettiamo di essere indignati e cominciamo a disturbare. Le bombe della carta e le molotov d’inchiostro sono le armi migliori per tentare di sconfiggere non una dittatura ma un regime democratico come quello attuale dove informazione e comunicazione sono ridotte a favole. Ma il vero senso di una favola non è quello di creare dei lettori volta…pagina, ma dei lettori consapevoli. Perchè il senso di una favola non è farci vedere che esistono i draghi, ma farci comprendere che i Draghi si possono combattere.” Questo è quello che scrive l’ideatore di una rivista in cui mi sono imbattuta..ritengo che sia semplicemente fantastica questa premessa che è in linea con lo stile giornalistico della stessa. Non è un tributo ad un giornale diverso da quello su cui scrivo, ma intendo evidenziare che su Eurosapiens non si raccontano di draghi nelle favole da combattere, ma gli articoli rappresentano la semplice espressione di una passione di chi vuole condividere la conoscenza. E i nostri lettori lo sanno bene per questo ci leggono numerosi da tutto il mondo. E lungi da me attraverso i miei articoli essere un elemento di disturbo al Sig. Caputo che esprime liberamente il suo giudizio e per cui forse mi dovrei ritenere “onorata”?! Ma lo stile così furente, da far trapelare persino un irritazione nei confronti di un giudizio che è evidentemente e opportunamente positivo, mi consente di essere apparentemente sorpresa e per nulla onorata. Colgo l’occasione per ringraziare coloro che hanno apposto un commento pertinente alla tematica affrontata. È sempre cosa gradita. Ma Sig. Caputo, converrebbe con me che sarebbe troppo facile, ascoltare solo i buoni giudizi e su quelli crogiolarsi; se solo, aggiungo io, fosse dubitabile che tale articolo non sarebbe ben fatto. “Siamo tutti dei geni, ma se un pesce viene giudicato in base alla sua capacità di arrampicarsi su un albero, si sentirà uno stupido per tutta la vita”.