A distanza di circa cinque mesi da Fukushima l’Europa è più che mai divisa sul futuro modello di sviluppo energetico sul quale concentrare i propri sforzi. Oggi la prospettiva di abbandono del nucleare non è più così impensabile come poteva apparire solo pochi anni fa, si impone però una riflessione di ampio respiro che si concentri in particolare sull’elaborazione di piani di ricerca, che portino l’energia da fonti rinnovabili ad un costo di produzione che la renda concorrenziale sul mercato senza incentivi statali. Anche l’Unione Europea dovrebbe entrare con forza nella partita, si pensi che oggi l’Ue impone una normativa molto dettagliata sulle questioni più banali della vita quotidiana, dalla pizza alle misure che devono avere le banane per essere commercializzabili sul mercato europeo, e non esiste invece alcuna normativa comune sugli standard di sicurezza delle centrali nucleari.
I francesi non hanno ben digerito l’addio dei tedeschi al nucleare, tuttavia lo stesso Nicolas Sarkozy, che pure si era pronunciato senza remore a favore dell’energia atomica, si trova a fare i conti oggi con un 62% di francesi che si è detto disponibile a dire addio alle centrali nucleari entro i prossimi 25 anni. Dunque i primi segni di malcontento si avvertono anche nella fabbrica nucleare d’Europa, le manifestazioni di fine marzo in Alsazia ne hanno dato una prova tangibile, i manifestanti chiedevano la chiusura della centrale di Fessenheim, la più vecchia di quelle francesi e inoltre situata in una zona sismica. Si ritiene che per le presidenziali del 2012 la questione ecologica inciderà molto e i verdi francesi si sono molto rafforzati.
Certo fino a un anno fa il quadro europeo non era dei più rassicuranti, la sola Austria era un fortino isolato e anche l’Italia si stava riavviando nella prospettiva nucleare. Oggi la situazione è radicalmente cambiata, prima la rinuncia della Germania con l’annuncio della chiusura dei 17 reattori del paese entro il 2022, a cominciare dai sette più vecchi già disconnessi dalla rete elettrica dopo Fukushima. Ai tedeschi poi hanno fatto eco gli svizzeri, e per la seconda volta gli italiani hanno espresso la loro contrarietà in modo schiacciante nel referendum. Se due potenze come Italia e Germania, membri del G8 e paesi fondatori dell’Ue, abbandonano dunque il nucleare, non è così azzardato supporre una forte influenza sulle opinioni pubbliche degli altri paesi. Non è illegittimo nemmeno pensare a un’Europa che si ponga come avanguardia e assuma la leadership della questione climatica e ambientale, visto che sull’argomento siamo già un passo avanti al resto del mondo.
Ma è davvero così illusorio pensare di raggiungere la sostenibilità del sistema energetico nazionale con le sole fonti rinnovabili? Si tenga conto che la scelta della Germania non è stata dettata solo dalla paura, sono anni che investe nelle energie rinnovabili e negli ultimi otto ha raddoppiato i posti di lavoro nel settore. A partire dal 2009 poi gruppi finanziari come Deutsche Bank con industrie del calibro di Siemens e Rwe, hanno lanciato il consorzio Desertec con un progetto molto ambizioso, lo sfruttamento su grandissima scala dell’energia solate ed eolica nel deserto dell’Africa settentrionale. Altro primato spetta alla Spagna, primo produttore europeo di energia dal vento, il paese ricava oggi circa il 21% della sua elettricità da impianti eolici, e le rinnovabili nel loro insieme raggiungono la quota record del 32,2%. Una posto di rilievo nel panorama internazionale spetta anche a noi italiani, sempre impegnati a sminuirci, siamo dopo i tedeschi i secondi produttori al mondo di energia solare, copriamo con le rinnovabili il 22% del nostro fabbisogno e 964 Comuni in Italia, in pratica uno su otto, produce più energia elettrica di quanta ne consuma grazie a un mix di impianti (mini-idroelettrico, eolico, fotovoltaico, biomasse e geotermico). Dunque rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo perché un nuovo modello energetico non solo è possibile ma si sta già delineando.




