La guerra in Libia. Da che parte stare?

Così è guerra. Le Organizzazioni internazionali che sembravano in stato comatoso si sono improvvisamente destate, e a Parigi il vertice internazionale ha deciso l’attacco militare immediato, avvertendo Gheddafi che lo stop ai raid è subordinato alla sua resa. Dal momento in cui i jet francesi si sono alzati in volo nei cieli libici ieri, opinione pubblica e cancellerie occidentali si sono divise in merito alla necessità di un’ennesima guerra “giusta”, fatta in nome della pace. La Russia parla di intervento affrettato, la Cina si astiene, la Germania – vicina alle elezioni – si tiene da parte, mentre Chávez grida all’imperialismo petrolifero. Il braccio armato dell’Onu sarà una sorta di “coalizione dei volonterosi”, appartenenti singolarmente alla Nato. Non mancano Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Norvegia, con la Francia alla guida del carro dell’intervento. L’Italia da parte sua, dimenticati con una velocità paradossale baciamano e lusinghe verso il leader libico, passando per un brevissimo attimo di imbarazzo per aver siglato, non molto tempo fa, un accordo bilaterale di amicizia con Tripoli, si è imbarcata nella nuova avventura: Frattini ha annunciato l’imminente chiusura della nostra ambasciata in Libia e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha anticipato la messa a disposizione di sette basi aeree.

Decidere da che parte stare e dare un’opinione in merito alla “bontà” o alla “giustezza” di una guerra, non è sicuramente facile. Una difficoltà dovuta in parte al fatto che quello libico non è paragonabile ad altri – per quanto simili -, casi in cui l’Onu ha deciso di intervenire con il pugno di ferro (né alla questione irachena del ’90, né alle crisi kosovare o alla guerra in ex Jugoslavia), e dalla necessaria considerazione che quelli tra immobilismo e pacifismo, tra intervento umanitario e ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, tra realpolitik, interessi economico-strategici e volontà effettiva di proteggere diritti umani e popolazioni inermi, sono confini sottilissimi e labili.

La Libia è soltanto uno dei tanti paesi del mondo in cui i diritti umani e civili della popolazione vengono calpestati, ed il mostro che oggi va combattuto ed ucciso, non è altro che il Gheddafi di sempre. E’ lo stesso – seppur in una versione più fiacca e un po’ ingrigita -, ardente colonnello che nel 1969 depose re Idris I, considerato troppo servile verso Usa e Francia, attraverso una rivoluzione che dagli iniziali tratti filo-nasseriani e nazionalisti, assunse gradualmente un colorito verde-Islam. E’ lo stesso Gheddafi che nazionalizzò le risorse petrolifere e gasifere, chiuse le basi militari statunitensi e britanniche, e rispedì a casa con la coda tra le gambe – e le tasche vuote – 20 mila italiani residenti in Libia dai tempi dell’Impero mussoliniano. Lo stesso Raìs che da “primo nemico” degli Stati Uniti (titolo che si meritò grazie alla sua indole anti-israeliana e anti-americana, al  sostegno di gruppi terroristici come settembre nero e l’Ira, e dopo aver organizzato diversi attentati in giro per l’Europa), a partire dalla guerra del Golfo e nell’era della guerra al terrorismo è diventato un alleato dell’Occidente (pur non rinunciando a levate di testa, a vaneggiamenti anticapitalistici e deliri minacciosi in diretta tv). E’ lo stesso uomo con cui abbiamo stretto un trattato di amicizia, scambiato beni, risorse (e probabilmente armi), che abbiamo risarcito e che, appena un anno fa, campeggiava a Villa Pamphili tra hostess, cavalli, baciamano e lezioni di corano.

La decisione si complica se si allarga lo sguardo. Nell’ottica statunitense ed occidentale, il mondo del dopo-crisi è un posto inquieto, instabile e pieno di incognite. Un posto che mette a repentaglio la sicurezza energetica di intere nazioni, la stabilità di alleanze e vecchi equilibri, porta nuovi flussi migratori, e che potrebbe significare – a causa dell’impennata vertiginosa del prezzo del petrolio -, un colpo durissimo per un’economica mondiale che a stento si sta riprendendo dalla pesantissima crisi seguita al collasso del mercato immobiliare. La possibilità di un contagio della febbre democratica ad altri grandi produttori – Arabia Saudita in testa -, unita alla disgrazia in cui è precipitata l’energia nucleare, rendono quasi automatico un intervento per arginare, contenere e pilotare le rivolte. Anche attraverso nuove guerre se necessario.

Gheddafi è un dittatore dicevamo. Non è il primo al mondo e, probabilmente, non sarà l’ultimo. Sicuramente non il solo ad essere condannato, biasimato, attaccato, bombardato, riabilitato e strumentalizzato. A seconda del momento e dell’occorrenza. Forse quello che cambia, in questo caso, è che ci troviamo di fronte ad un capo di Stato ormai privo di consenso e riconoscimento, nazionale come internazionale, e quindi non più dotato della sovranità necessaria per rappresentare un governo legittimo e un paese intero. Non solo, ma per la prima volta si è assistito a qualcosa che né Hitler, né Stalin né Pol Pot avevano fatto mai: far intervenire l’aeronautica per sparare sul proprio popolo, causando migliaia di morti che vengono sepolti in fosse comuni sulle spiagge della Tripolitania. Una risposta andava data. Qualcosa bisognava fare. Se quella del ricorso alla forza fosse l’ultima carta da giocarsi resta un interrogativo appeso. Come ignoti sono durata e portata dell’intervento Onu, le prossime mosse del Raìs di Tripoli, la possibilità di conservare l’unità del Paese, l’identificazione e le aspirazioni dei rivoltosi protetti. Quel che è certo è che una strategia per la Libia non la fanno ricognitori e i caccia di Sarkozy né i Tomawhak di Obama e, prima possibile, la comunità internazionale dovrà studiare un piano di lungo periodo per una situazione che resta aperta.

Per ora, la risoluzione 1979 approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu esclude esplicitamente una “forza occupante” in Libia e un’invasione di terra. Mentre Obama ha affermato che gli Usa “non manderanno soldati in Libia” perché “il cambiamento nella regione non deve essere imposto dagli Stati Uniti, o da altre potenze straniere, ma deve venire dalle aspirazioni dei popoli”. Non rimane che aspettare, sperando che la Libia non si trasformi in un altro Afghanistan, Iraq, Ruanda o Somalia.

Tornando alla domanda iniziale “da che parte stare?, per darvi una risposta non si deve dimenticare che c’è una Libia che per giorni è scesa in piazza, ha protestato, resistito e combattuto in nome della libertà e dell’autodeterminazione. Una Libia nuova, dal futuro e dal volto incerto, ma che, sicuramente, non si identifica più con Gheddafi. Una Libia che occorre necessariamente supportare, ascoltare e rispettare. Una Libia che rappresenta la sola parte con cui schierarsi e che deve essere considerata la sola, legittima padrona del proprio futuro.

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