VERONICA PONTECORVO - Indipendenti, attive e forti. Le donne della RASD, la Repubblica Democratica Araba Saharawi, dall’epoca dell’occupazione marocchina del 1975 combattono per l’affermazione di una società ugualitaria e per l’autodeterminazione del loro popolo.
«La famiglia è una società in piccolo e le madri sono leader per definizione. Il merito della nostra dirigenza politica è averci dato la possibilità di dimostrarlo: oggi ricopriamo il 30% dei seggi in parlamento. Il punto è che bisogna osare e la volontà politica di mettere le donne alla prova». Potrebbero essere le parole di una femminista scandinava. Ma fuori dalla sede del Parlamento in cui c’è l’ufficio di Fala Mohamed, non ci sono le foreste di betulle o le tipiche casupole di legno con i tetti spioventi del nord Europa, ma un’insieme geometrico e scomposto di tende e baracche, in mezzo alla distesa polverosa color ocra dell’Hammada, la parte più inospitale del deserto del Sahara. «Prima eravamo buone solo per fare figli. La guerra ci ha cambiate. Abbiamo dovuto assumerci responsabilità enormi e riempire il vuoto lasciato dagli uomini che combattevano per la liberazione della nostra patria», continua in uno spagnolo perfetto la giovanissima rappresentante delle politiche per la gioventù della Rasd.
Insegnanti, dottoresse, politiche, ingegneri e imprenditrici. Hanno oltrepassato la frontiera immaginaria della segregazione socio-religiosa fondata sulla differenza di genere e sono tra le donne più libere del mondo musulmano. Mantengono intatte le tradizioni, la memoria e la cultura del loro popolo, gestiscono i bisogni più elementari della famiglia e della collettività, educano le generazioni del futuro (hanno portato il livello di alfabetizzazione al 95%, il più alto in tutta l’Africa) e partecipano attivamente ad un’esperienza politica e sociale sui generis: la costituzione di uno Stato in esilio. Studiano in Algeria, Spagna, Cuba, ex Unione Sovietica, Libano, per specializzarsi e prepararsi a diventare la classe dirigente del Sahara Occidentale che sarà.
In questa fetta di deserto pietroso situato nei pressi di Tindouf, nel sud-ovest algerino, dove il cielo sembra pesare troppo su di una terra in cui non cresce nulla perché troppo salata, dove le temperature d’estate sfiorano i 50° e nelle abitazioni di fango non c’è acqua corrente né elettricità, le donne saharawi lavorano per tenere viva e unita una comunità che da 33 anni aspetta di tornare a casa. Da quando nel 1975, anno del ritiro della Spagna dalla sua colonia del Sahara Spagnolo, il più grande territorio non indipendente del mondo, ricco di fosfati, giacimenti off-shore e coste pescosissime, divenne una ghiottissima torta che Marocco e Mauritania non esitarono a spartirsi in barba a ogni diritto di autodeterminazione dei saharawi. Circa 160 mila profughi trovarono rifugio in 5 campi in Algeria, dove vivono da allora completamente dipendenti dagli aiuti internazionali.
Il volto ricoperto di sbeda, la crema blu contro il sole. Mani e piedi delicatamente dipinti di henné. Le donne della “gente del deserto” – questa la traduzione letterale di saharawi -, sono vestite con vivacissimi colori che contrastano con l’aridità polverosa di questo posto. In un luogo in cui “praticità” e “essenzialità” sono parole che non dimentichi mai, non si fanno mancare qualche vezzosità e si coprono spesso le mani con i guanti affinché il forte sole del deserto non le renda troppo scure. I loro abiti, le melfe, altro non sono che un lungo drappo avvolto lungo il corpo senza tagli né cuciture, che le rende femminili e flessuose.
La loro presenza nella società è evidente e forte. Il loro peso nelle decisioni che riguardano la comunità si evince chiaramente dal numero di parlamentari della RASD: 18 su 52. Nella wilaya di El-Ayoun ci sono 4 consigliere su 18 membri dell’assise provinciale, mentre sono 3 le tra le fila della direzione politica del Polisario. Viene quasi voglia di cercare il trucco. O almeno, di chiedersi come sia possibile che da noi servano leggi ad hoc per avere un risultato simile. Molte di loro partecipano attivamente all’Unfs (Unione Nazionale delle donne sahrawi), organizzazione fondata nel 1974 con il compito di una continua ed incessante per rendere consapevoli tutte le donne dell’importanza del loro ruolo sociale, politico e culturale. L’Unfs possiede anche un mensile, “8 marzo”, che viene stampato in Spagna e in Algeria. Sui banchi della scuola professionale multidisciplinare “27 febbraio” (data di fondazione della Rasd), accanto alla fabbricazione di tappeti e alla realizzazione di ceramiche, si imparano le lingue, si studia l’informatica, la pedagogia e la medicina.
«In questo posto quello che non manca sono i bambini e la polvere», mi dice Sukaina – 4 figli, un primo marito perso in guerra e divorziata due volte – mentre compie il solenne rito del thè, porgendomi tre bicchierini: amaro come la vita, dolce come l’amore, soave come la morte. Le donne hanno in media di 5 figli e svolgono la maggior parte dei lavori – attività non retribuite poiché nei campi profughi non esiste una moneta – e rappresentano l’ossatura di questa civiltà: sono dignitose ed orgogliose, forti, allegre. Combattono non solo per sopravvivere in questa terra inospitale, ma anche per realizzare il progetto di una società sovratribale ed essere alla pari col mondo moderno, sforzandosi insieme di sostituire gli antichi valori, quali la nobiltà del sangue o il coraggio nella guerra, con nuovi principi come l’uguaglianza e la rappresentanza democratica. Provano a condurre una vita “normale” con il pensiero fisso sulla transitorietà dell’attuale situazione, aspettando di potersi pronunciare nel referendum per l’autodeterminazione previsto dalle numerose risoluzioni ONU, rinviato di anno in anno sine die dal ‘75. Lavorano sodo, aspettano e sperano le donne sharawi, nonostante l’incapacità del sistema internazionale di trovare soluzioni praticabili e sbloccare la crisi della Timos Est d’Africa. Nonostante il diritto internazionale e l’azione dell’ONU siano paralizzate dalla realpolitik e da interessi economici e geopolitici troppo grandi, loro guardano avanti. Oltre il muro di sabbia, rocce, filo spinato e mine lungo 2500 km costruito dal Marocco. Verso il Sahara Occidentale, dove c’è l’oceano con la sua brezza, dove ci sono uliveti, vigneti, campi di grano e profumatissimi giardini in fiore. E dove, soprattutto, c’è la terra in cui ridare un volto al proprio passato. Inshallah.





Riassunto del rapporto dell’US Committee for Reugees and Immigrants
“Stonewalling on Refugee Rights: Algeria and the Sahrawi”
Il rapporto “Stonewalling on Refugee Rights: Algeria and the Sahrawi” è stato stilato dal signor Merril Smith direttore presso la ONG dell’US Committee for Reugees and Immigrants (USCRI) sulla base di una inchiesta realizzata nel corso del mese di luglio 2009 in Marocco, in Algeria e nei campi di Tindouf.
Corredato con delle testimonianze e illustrato con delle fotografie, questo documento descrive la drammatica situazione umanitaria nei campi di Tindouf
Dimissione dell’Algeria dalle sue responsabilità sulle violazioni dei diritti delle popolazioni nei campi di Tindouf.
L’Algeria ha abdicato le sue responsabilità derivanti dai suoi obblighi e impegni in base alla Convenzione del 1951 sullo Status di rifugiato e il relativo protocollo del 1967 nei confronti delle popolazioni nei campi di Tindouf nonostante questi si trovino sul suo territorio.
Per capire questo diniego di responsabilità dell’Algeria nei confronti di queste popolazioni, l’USCRI ha tentato senza successo di avere un colloquio con il Direttore dei Diritti dell’Uomo presso il Ministero Algerino degli Affari Esteri per evocare i diritti delle popolazioni dei campi di Tindouf al lavoro, alla residenza e alla libertà di circolazione.
Una libertà di movimento schernita
La libertà di movimento delle persone che vivono nei ampi è controllata perché tutti coloro che desiderano viaggiare in Algeria hanno bisogno di un permesso chiamato “Ordine di missione” oppure di un permesso collettivo firmato dalle autorità algerine e il polisario. I criteri di rilascio e le procedure per avere tale permesso non sono conosciuti. Inoltre, i militari algerini fanno dei posti di controllo sugli itinerari che portano verso o dai campi.
Un sondaggio organizzato dalla rivista “Rivista Futuro Sahrawi” nel 2006 su un campione rappresentativo di 540 persone che vivono nei campi, ha rivelato l’esasperazione della popolazione di Tindouf: più di 9 su 10 desidera aver un visto per immigrare in un paese straniero.
Degli scambi di famiglia strumentalizzati
Il polisario strumentalizza gli scambi familiari organizzati nell’ambito delle misure di fiducia (CBMs) rifiutando alle famiglie intere la partecipazione a questa operazione umanitaria ai fini di dissuaderle a rimanere nel Sahara Marocchino.
Il diniego del diritto al lavoro e alla residenza in Algeria
Per le persone provenienti dai campi che riescono ad aver un permesso di uscita, è praticamente impossibile lavorare legalmente in Algeria.
Delle condizioni di detenzione fuori norma
I militari algerini e il polisario usano dei container per imprigionare le persone che cercano di raggiungere il Marocco. Il documento contiene la testimonianza del signor Aboh Seghair e della moglie, arrestati per aver tentato di evadere dai campi. L’uomo è stato imprigionato per tre mesi in un container a Rabouni.
La missione dell’USCRI a constatato l’esistenza nei campi di un centro di detenzione chiamato “Centro di assistenza alla maternità per le donne gravide fuori dal matrimonio e accusate di adulterio” e dei prigionieri “violentatori” detenuti senza giudizio con la scusa di essere degli “omosessuali”.
Il rifiuto del censimento e la sottrazione degli aiuti umanitari
Il HCR e il PAM hanno chiesto varie volte il permesso di svolgere un censimento delle popolazioni dei campi di Tindouf in modo a poter distribuire gli aiuti basandosi su delle informazioni credibili.
Allorché secondo il signor Antonio Guterres, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, in visita in Marocco nel mese di settembre 2009, l’Algeria rifiuta il censimento delle popolazioni nei campi di Tindouf.
L’ONG americana si riferisce a dei passaggi del rapporto dell’OLAF (Office Europeo Lotta anti frode) del 2005 per mettere in evidenza l’appropriazione degli aiuti umanitari da parte di responsabili algerini e del polisario (La Mezza Luna Rossa Algerina e La Mezza Luna Rossa Sahrawi) precisando che il numero dei beneficiari è inferiore al numero per il quale l’assistenza alimentaria è fornita dalla comunità internazionale.
Il documento rivela che l’aspetto dell’inchiesta dell’OLAF che colpisce molto di più risiede nella persistenza degli stessi problemi dal 1977: il numero dei rifugiati, l’assenza di registrazione, la mancata “accountability” della Mezza Luna Rossa Algerina e il deficit di monitoring.
Conclusione
L’Algeria non deve limitare i diritti delle popolazioni dei campi di Tindouf alla circolazione, alla residenza e al lavoro e deve onorare i suoi impegni derivanti dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati e il relativo Protocollo del 1967.
I donatori devono dedicare una parte significativa dell’aiuto ai campi a delle soluzioni alternative in Algeria che saranno compatibili con i diritti dei rifugiati.
Link del rapporto originale
http://www.refugees.org/pdfs/algeria.pdf