Dopo sei mesi di pressing dell’amministrazione Obama, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il 9 giugno la quarta tornata di sanzioni per convincere Teheran a rinunciare al suo programma nucleare, con 12 voti a favore, il “no” di Brasile e Turchia e l’astensione del Libano.
Oltre a imporre l’embargo sulla vendita di armi e a rendere più stringenti le ispezioni sulle navi, la risoluzione ONU colpisce l’ala finanziaria delle Guardie rivoluzionarie e dell’esercito iraniano, ed include nella lista nera altre quaranta imprese.
Le reazioni alla decisione dell’ONU
Mentre il Presidente degli Stati Uniti, ha affermato che le nuove sanzioni lanciano un «messaggio inequivocabile» all’Iran, Ahmadinejad ha definito le nuove misure «spazzatura», preannunciando che Obama «molto presto si renderà conto di non aver fatto la scelta giusta, bloccando la strada verso rapporti amichevoli con il popolo iraniano». L’ambasciatore iraniano presso l’Agenzia per l’energia atomica (Aiea), Ali Asghar Soltanieh, ha dichiarato che l’Iran non sospenderà le attività di arricchimento dell’uranio e che non scenderà a compromessi sui suoi inalienabili diritti in base a quanto stabilito dal TNP* e dall’Aiea, ma – ha rassicurato Soltanieh -, Teheran continuerà la sua cooperazione con l’organismo di controllo dell’Onu. La Russia da parte sua, considera le nuove sanzioni «un atto forzato», anche se – ha precisato l’ambasciatore russo permanente presso le Nazioni Unite, Vitaly Churkin -, ha preso la misura con «un atteggiamento equilibrato». Sanzioni o no, ha annunciato il ministro degli esteri, Serghej Lavorv, Mosca è pronta a costruire altre centrali nucleari in Iran dopo quella di Bushehr , che sta per essere accesa.
La Turchia giudica la decisione un grave errore, perchè blocca il processo diplomatico avviato attraverso l’accordo raggiunto, lo scorso 17 maggio, tra Teheran, Ankara e Brasilia per lo scambio di combustibile nucleare, e Israele, intanto, gongola: il vice ministro degli esteri ha definito l’approvazione delle sanzioni un «momento storico», anche se per gran parte della stampa e secondo il governo le sanzioni dovrebbero essere più chiare e più mirate.
Nella riunione di ieri a Lussemburgo, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno proposto contro l’Iran un pacchetto di sanzioni aggiuntive rispetto a quelle del Consiglio di Sicurezza. La decisione sarà implementata dai leader al Vertice Ue di giovedì prossimo, ma secondo la bozza di documento stilata ieri, le misure europee dovrebbero colpire in particolare il settore del petrolio e del gas, dei nuovi investimenti, del trasferimento di tecnologie, equipaggiamenti e servizi.
Nuove sanzioni: un passo in avanti o uno indietro?
Insomma, nuove sanzioni, solita tiritera… Tipica di un braccio di ferro che dura ormai da 7 anni: con Teheran che sul nucleare non intende fare marcia indietro e ogni tanto fa la voce grossa, e la diplomazia occidentale che barcolla tra aperture e irrigidimenti, perché non può permettersi un atteggiamento accondiscendente, ma neanche di alzare troppo il tiro, per l’importanza geostrategica del paese del sud-ovest asiatico e per gli interessi economici coinvolti: il principale partner commerciale dell’Iran infatti è la Cina, seguita dai paesi Ue, primo fra tutti l’Italia, con un miliardo e 776 milioni di euro complessivi di scambi (soprattutto nei settori dell’energia e del comparto agroalimentare). Inoltre, reintegrare dell’Iran a pieno titolo nel salotto buono della politica internazionale, avrebbe una duplice valenza. Da una parte l’appoggio di Teheran sarebbe di estrema importanza nella stabilizzazione dell’Iraq e nella guerra afghano-pakistana, dove l’America e l’amministrazione Obama rischiano una disfatta. Dall’alta occorre considerare l’importanza dello Stato mediorientale nella guerra dei tubi: l’Iran è terzo paese al mondo per riserve di petrolio e il secondo per quelle di gas e I’altopiano iranico – collocato tra il Caucaso e l’oceano Indiano -, potrebbe essere un’alternativa per esportare le risorse energetiche del mar Caspio senza dover passare dalla Russia.
Nuove sanzioni, solita tiritera, si diceva… Ad essere cambiati quindi, sono i tempi e le condizioni con cui la comunità internazionale deve fare i conti.
Se poi, per un attimo, si calzano un paio di occhiali iraniani per esaminare la situazione, si capisce l’importanza del nucleare ha per uno Stato che consuma ad uso interno il 40% del greggio che estrae. Ma non solo: essere una potenza nucleare è la carta vincente per aggiudicarsi il primato sul mondo islamico e la supremazia regionale, in una regione, il Medioriente, attraversata da cambiamenti e movimenti interni, in cui la partita per aggiudicarsi la leadership è tutta aperta.
Occorre fare inoltre un’altra considerazione. Il Medioriente è uno dei palcoscenici principali di un mondo che si avvia sempre più a divenire multicentrico, in cui un’America fino a ieri prima attrice, deve tener conto oggi di nuovi protagonisti.
In un intervista rilasciata giorni fa a Repubblica, il Presidente siriano Bashar al Assad, parlava di un “nuovo Medioriente”, ridisegnato da una nuova alleanza tra Iran, Siria, Turchia e Russia: «Un’alleanza dettata da interessi comuni, di uno spazio nel quale coincidono politica, interessi e infrastrutture. È una nuova mappa saldata anche da una contiguità territoriale. Su questa si muovono potenze regionali ed emergenti». La Siria, l’Iran, la Turchia, ma anche la Russia «sono tutti Paesi che stanno collegandosi l’un l’altro, anche fisicamente, attraverso gasdotti e oleodotti, ferrovie, reti stradali, sistemi per la conduzione dell’ energia elettrica – continua sul quotidiano Bashar -. Un unico, grande perimetro unisce cinque mari: il Mediterraneo, il Mar Caspio, il Mar Nero, il Golfo Arabo e il Mar Rosso. Stiamo parlando del centro del mondo. Da Sud a Nord, da Est a Ovest, chiunque si muova, deve percorrere questa regione. Ecco perché è stata flagellata da guerre per migliaia di anni».
Un “centro del mondo”, dunque, composto da Stati che non aspettano più che qualcuno gli assegni le parti, vogliono avere il giusto riconoscimento e pretendono un’assegnazione paritaria di diritti-doveri. Ove questo non avviene, c’è l’allontanamento, la chiusura autocratica economico-diplomatica, e, peggio, l’aspra contrapposizione.
Se l’empasse in cui versa il processo di adesione all’Ue, sta spingendo la Turchia a guarda sempre più ad est ed Ankara ha annunciato l’11 giugno, la creazione di un mercato comune con Siria, Libano e Giordania, come ha affermato Bashar nell’intervista, le potenze mediorientali non possono più aspettare: dopo il fallimento della politica Americana ed Europea per risolvere i problemi dell’area, adesso è l’ora del “chi fa da se, fa per tre”.
Per vedere l’effetto che avranno le nuove sanzioni dell’ONU e quelle dell’Ue non ci resta che aspettare. Ma dopo queste considerazioni viene quanto meno da chiedersi, se siano un passo in avanti o piuttosto, un’ennesima azione dalla dubbia efficacia, una misura resa anacronistica dai numerosi ed importanti mutamenti in atto che impongono nuovi approcci e strategie di azione.








Nella battaglia per fermare il programma nucleare iraniano gli USA si giocano buonissima parte della leadership assunta sullo scacchiere mediorientale già all’epoca della Guerra Fredda.
Sulle ambizioni atomiche di Ahmadinejad da un bel po’ spicca anche la pistola puntata di un attacco a sorpresa israeliano sui siti di Teheran. Da una parte Obama e il segretario di Stato Clinton devono tenere le parti di Israele contro Teheran, dall’altro devono essere attivi per impedirli colpi di testa le cui ricadute cadrebbero in egual misura a Washington come sullo Stato ebraico. Ammesso che potrebbe essere obiettivamente difficile legare permanentemente alla linea anti-Iran Cina e Russia e vedendo che ormai la Turchia simpatizza apertamente per gli ayatollah anti-occidentali, gli USA devono lavorare per indurre a una linea di maggiore fermezza i grandi paesi della UE le cui imprese investono massicciamente in Iran. Se l’UE non collabora pienamente con gli americani, i soldi europei potrebbero dare nuova linfa finanziaria a Teheran, sulla cui risolubilità di diventare una potenza nucleare i dubbi appaiono nulli.
Un altro fattore di pericolosità della vicenda iraniana è il fatto che altre potenze regionali – “in primis” Egitto, Turchia e Arabia Saudita – potrebbero investire nel deterrente nucleare in seguito all’ipotetico successo iraniano nel procurarsi la “bomba”, alterando ancora in peggio l’instabile equilibrio dell’area più calda del pianeta.