Ripartono le trattative tra Siria e Ue per un Accordo di Associazione. A dare l’annuncio è stato il ministro degli Esteri siriano Walid al-Muallem in seguito alla recente visita a Damasco dell’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton. Dopo tentennamenti, rinvii e dietrofront, a breve potrebbe esserci la firma dell’intesa che consentirà maggiore apertura degli scambi commerciali con lo Stato arabo. I lavori sull’Accordo di Associazione iniziati del 2004, rientrano nel progetto europeo di rafforzamento delle relazioni tra la Ue e i paesi non europei del Mediterraneo, noto come “Barcelona Process”, ma furono bruscamente interrotti a seguito delle accuse francesi e statunitensi di coinvolgimento siriano nell’omicidio del primo ministro libanese Rafiq Hariri, nel febbraio 2005. Sono stati ripresi recentemente, ma la firma dell’accordo attesa per lo scorso ottobre è stata rinviata dopo lo stop di Damasco che, ufficialmente, chiedeva tempo per risolvere alcune questioni tecniche. Ufficiosamente, a irrigidire la posizione di Damasco sembrano essere state le perplessità sulla clausola che prevede il diritto per l’Ue di recedere dal contratto in caso di provate violazioni dei diritti umani, nonché i timori siriani sulle conseguenze sull’industria manifatturiera nazionale dell’ingresso di prodotti europei a buon mercato, gli scetticismi sui reali benefici dell’accordo viste le complesse norme dell’Unione riguardo l’origine dei prodotti: per essere considerato “made in Syria” ed essere libero da dazi o beneficiario di un accesso preferenziale, almeno il 40% dei componenti di ciascun bene deve essere fabbricato nel paese arabo. Oggi a pigiare sul pedale del freno sono invece i Paesi Bassi, che vincolano la sigla dell’Accordo all’inclusione di un documento separato stilato dall’Unione Europea e incentrato sul rispetto dei diritti umani.
«La data per firmare l’accordo dipenderà dalle due parti e dalla flessibilità mostrata dalle stesse durante le prossime negoziazioni», ha dichiarato al-Mu’allem. Nonostante l’incertezza sui tempi, i nodi ancora da sciogliere e le divergenze, l’Accordo sembra comunque destinato a concludersi. L’Europa non può più ignorare l’emergente economia siriana che nell’ultimo periodo ha conosciuto una silente ma straordinaria rivoluzione economica, ispirata al connubio (di stampo cinese) tra capitalismo ed autoritarismo politico, che ha portato a straordinari risultati: l’anno scorso, il Pil reale era aumentato del 4% secondo il Fondo Monetario Internazionale e l’inflazione si è dimezzata, dal 14,5% del 2008 al 7,5%. Mentre l’economia globale si contrae, quella siriana si espande. Una trasformazione non solo economica, ma anche culturale, sociale e politica, grazie alla quale la Siria sta «cambiando di mese in mese, più di quanto abbia fatto in un anno intero nei passati anni ‘90», come scrive su Siria Today il giornalista Sakhr al-Makhadhi. Damasco si lascia alle spalle gli eventi sanguinosi del 2005 nel vicino Libano e il passato da “Stato canaglia”, riprende il dialogo con Londra dopo otto anni di gelo, avvia colloqui diretti con Israele e cresce nell’élite politico-economica l’insofferenza verso l’estremismo politico dell’ingombrante vicino iraniano. La democratizzazione non è in agenda, ma il governo apre uno spiraglio alla società civile, ai progressi sociali e culturali, alle ONG, ai privati e agli investimenti stranieri. Le cancellerie europee, come tutta la comunità internazionale, sono consapevoli dell’importanza di riallacciare i rapporti con la Siria per avere una sponda per la stabilizzazione e la sicurezza della regione.
Da parte siriana, l’Accordo di Associazione offre risvolti politico-economici appetibili e indubbiamente positivi: La Siria è il paese dell’area mediterranea meno interessato dall’afflusso di assistenza europea (130 miliardi di euro tra il 2007 ed il 2010) e l’iniziativa offrirà a commercianti ed uomini d’affari siriani l’opportunità di accedere ad un mercato di 450 milioni di consumatori, liberando allo stesso tempo le imprese europee dal peso delle alte barriere doganali che oggi proteggono il mercato dello Stato mediorientale. L’Accordo, soprattutto, è il biglietto del presidente Bashar al-Asad per uscire dall’isolamento, scrollarsi di dosso la diffidenza nella comunità internazionale ed attuare le riforme economiche necessarie al paese. Un’occasione che da non perdere per diversi motivi insomma, che segnerà un passo in avanti nella politica di cooperazione tra Unione Europea e Paesi terzi del Mediterraneo.






