Viviana Bianchi – C’era una volta il “politichese”: una lingua incomprensibile per i comuni mortali dietro alla quale si nascondevano i misteri della politica. Oggi, invece, i politici sembrano aver fatto propri i termini, e non solo, del popolo. Infatti, una delle parole chiave del dibattito politico degli ultimi mesi del 2010 è stata “vajassa”, termine proveniente dal dialetto napoletano con cui il ministro Carfagna ha apostrofato l’onorevole Mussolini, che sta per “donna proveniente dai bassi fondi” – per chi ancora non lo avesse capito.
Questo termine è diventato talmente diffuso da varcare il confine nazionale e approdare a metà dicembre nel Parlamento europeo, dove la deputata Alfano (IdV) infastidita dalle intromissioni della deputata Renzulli (PdL) vi ha fatto ricorso per riprendere la sua collega che non la lasciava parlare. Del resto a Strasburgo avevano già assaggiato il “made in Italy” quando nel 2003 il Presidente Berlusconi diede del “kapò” al rappresentate tedesco che lo aveva attaccato senza mezzi termini.
La Seconda Repubblica italiana si è appropriata anche di comportamenti non proprio aristocratici: si sono visti senatori consumare mortadella nell’aula parlamentare nel 2008, noti esponenti politici hanno più di una volta fatto ricorso a gesti non proprio nobili per esprimere il proprio pensiero, durante l’ultimo voto di fiducia del 14 dicembre scorso alla Camera alcuni onorevoli deputati si sono avventati contro altri colleghi per aver votato in un modo piuttosto che in un altro, mentre fuori dall’aula si scatenava la guerriglia.
I politici italiani però possono consolarsi: non sono soli, dato che nel Parlamento ucraino maggioranza e opposizione si sono scontrate fisicamente sul caso dell’ex-premier Tymošenko, che rischia il carcere per abusi in sede di ufficio, causando anche cinque feriti.
Una volta ci si lamentava di una politica oscura e lontana dai modi del popolo, anche se Tullio De Mauro ha fatto notare che su 1357 termini usati all’interno della nostra Costituzione 1002 sono riconducibili al lessico base dell’italiano e, quindi, comprensibili dalla stragrande maggioranza degli italiani.
Oggi l’avvicinamento al popolo sembra comunque essere arrivato a compimento, ma l’Italia è in Europa e “vajassa” appare ostico da tradurre, ma si potrebbe sempre esportare come “pizza”, nella sua versione originale. Chissà, magari il 2011 vedrà la diffusione di un nuovo prodotto “made in Italy”…




