A voler cercare un aspetto positivo nell’attuale situazione economica dell’Unione europea, possiamo guardare alla concitata corsa ad individuare strumenti per prevenire ulteriori casi di default da parte di Stati membri, situazione che ha portato ad un coordinamento necessitato delle politiche economiche. Ci è voluta una crisi dalle proporzioni che abbiamo sotto gli occhi perché i varî Paesi trovassero in sede comunitaria quella coesione a livello economico di cui, a partire dalla nascita dell’Euro, si lamentava la mancanza.
Questa svolta ha un protagonista, il commissario agli affari economici e monetari Olli Rehn, il quale ha dato l’input ad un rafforzamento della governance dell’Eurozona con una proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita e della disciplina di bilancio dei Paesi membri, il tutto senza modificare i trattati.
La riforma prevede un apparato sanzionatorio che si applica automaticamente in caso di violazione dei parametri previsti dal Patto, un rafforzamento della sorveglianza multilaterale sui conti pubblici, sia in via preventiva che correttiva, l’obbligo di presentare a Bruxelles e all’Eurogruppo i bilanci nazionali ancora prima della loro approvazione parlamentare (in modo che governi e parlamenti tengano conto delle indicazioni europee al momento di definire le loro finanziarie), una maggiore attenzione all’andamento dei debiti pubblici, maggiori controlli e coordinamento delle politiche macroeco-nomiche, con possibilità di intervento anche sui deficit di competitività degli Stati membri, ed infine una procedura permanente da attivare in casi eccezionali come quello della crisi greca.
Tutti gli Stati sono considerati sorvegliati speciali, quindi, e non solo i Paesi valutati più a rischio, ma tutti quelli appartenenti all’Eurogruppo!
Per usare le parole di Tremonti, tutto questo segna «la fine delle politiche national oriented e la nascita di una vera e nuova politica economica europea comune, coordinata e collettiva».




