La crisi finanziaria e la politica del Dragone

.  Tale recessione, partorita negli Stati Uniti nel 2008, ha causato un arretramento economico mondiale, cioè una riduzione del Pil. Si tratta, senza dubbio, della peggiore contrazione economica dai tempi della Grande depressione del 1929.

Sarebbe opportuno, dunque, analizzare qual è stato il canale di trasmissione che, partendo dagli Stati Uniti, abbia infettato il Vecchio Continente. La crisi creditizia degli States, che si è sviluppata a causa della bolla speculativa immobiliare ( mutui subprime), ha causato il collasso dei maggiori istituti di credito ed entità finanziarie americani. Basti ricordare, ad esempio, il dissolvimento della più importante banca di investimenti statunitense, la Lehman Brothers.

L’allora governo statunitense, presieduto da Bush Junior, intervenne con un piano di salvataggio attraverso l’immissione di liquidità nel sistema creditizio e finanziario del Paese per una ammontare di centinaia di miliardi di dollari, con l’intento di placare il dissolvimento delle società finanziarie e di ridare fiducia ai mercati borsistici. L’indice delle borse, che rappresenta lo stato di salute della struttura economica di un Paese, ebbe un forte calo; si stima che all’inizio della crisi la borsa americana abbia avuto una flessione in negativo di circa il 40% del suo valore.

Il terremoto finanziario si è dunque esteso verso il continente europeo attraverso il precedente acquisto di prodotti finanziari tossici da parte di banche commerciali europee, cioè coloro i quali avevano investito sui mutui subprime. Il virus,  che ha infettato molti istituti di credito ed enti finanziari europei, si è quindi diramato sul sistema creditizio europeo. Tale situazione ha determinato l’intervento diretto da parte dei governi con l’intento di tamponare,  attraverso una serie di piani di salvataggio, l’emorragia ed evitare una spirale di sfiducia tra i risparmiatori; in altre parole, si voleva contenere la corsa allo sportello da parte dei depositanti. Non a caso, gli Stati europei, dopo il vertice dell’Ecofin  del 2008, decisero che bisognava garantire i depositi bancari dei cittadini; il governo italiano garantì tali depositi fino ad un ammontare di 140.000 euro, a differenza di altri paesi europei in cui si  registrava una garanzia di deposito che si aggirava intorno a 50.000 euro. Dunque, furono gli Stati a porsi da garante verso i depositanti.

Nelle ultime settimane è stato posto al centro della discussione la credibilità della moneta unica, l’Euro. Molti profeti avevano, notte-tempo, ipotizzato che i Paesi più deboli dell’eurozona sarebbero finiti in un vortice di insolvenza e che l’euro non sarebbe sopravvissuto alle conseguenti turbolenze. Nella fattispecie, non si tratta di crisi dell’Eurosistema, bensì di problemi che riguardano i singoli Paesi. Come non ricordare, quindi, quale fu la condizione dell’Italia durante la crisi del 1992, i cui dati erano, per certi versi, molto più drammatici rispetto ai Paesi oggi colpiti dalla crisi. All’epoca il nostro Paese aveva un rapporto deficit/Pil pari all’11% e un’ inflazione del 5%; il tutto condito da una forte instabilità politica. Eppure l’Italia mise in campo un piano di risanamento dei conti pubblici, riuscendo a superare la crisi senza ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi), senza aiuti europei, ma attraverso una politica di rigore finanziario e riforme strutturali. Regole serie e riforme, dunque, potrebbero essere il giusto connubio per attrarre investimenti e far ripartire il sistema produttivo di un Paese.

La Grecia, ad esempio, attraverso l’adozione di una nuova politica di rilancio del paese, adottata del premier Papandreu, è riuscita ad attrarre investimenti dal mondo asiatico.

L’accordo stipulato tra il primo ministro greco e il premier cinese Wen Jiabao  riguarda anzitutto l’acquisizione di bond a lungo termine da parte della Cina, il cui fine è di restituire ossigeno al paese ellenico soffocato dal debito pubblico. Sorge però un dubbio: perché il gigante dell’ Asia si propone di risollevare le sorti del tallone d’ Achille dell’eurozona, cioè la Grecia?

Il programma di investimenti cinese nella terra degli ulivi ha un riscontro strategico ben preciso. Pechino, infatti, controllerà il Porto del Pireo grazie all’acquisizione, da parte della China Ocean Shipping Company (Cosco), di una concessione di 35 anni per la gestione del terminal container del porto ellenico. I porti greci rappresentano un boccone appetibile per il paese asiatico in quanto possono diventare centri di snodo per i prodotti cinesi in direzione dell’Unione Europea.

Il Dragone, quindi, punta verso l’Europa, un continente non propriamente in buona salute.  Iniziando dalla Grecia, il premier Jiabao apre all’aiuto dei paesi dell’eurozona in difficoltà, con il chiaro intento di penetrare il Vecchio Continente e stabilire accordi commerciali.

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