L’arresto da parte dei servizi segreti russi il 9 giugno in Inguscezia di Ali Taziyev (nome di battaglia Amir Magas), considerato il numero 3 e capo militare del cosidetto Emirato del Caucaso e leader di questo movimento in Inguscezia, rimette al centro dell’attenzione il turbolento Caucaso Settentrionale, dove Mosca si gioca il suo status di superpotenza regionale. Il crollo dell’URSS nel 1991 sparpagliò le carte geopolitiche in tutta la regione caucasica, la cui parte settentrionale rimase istituzionalmente dentro la Federazione Russa, mentre la parte meridionale vide la nascita degli stati indipendenti di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Due guerre in Cecenia (1994-1996, agosto 1999-aprile 2009) e continui attentati dei militanti islamici principalmente in Inguscezia, Daghestan e Ossezia del Nord (indimenticabile la strage di Beslan nel settembre 2004, con circa 186 morti dopo l’irruzione delle forze speciali in una scuola di bambini) hanno caratterizzato la storia recente del Caucaso del Nord. Sotto 3 presidenti (Eltsin, Putin e ora Medvedev) la Russia si è concentrata nella fase repressiva della rivolta di matrice islamica. Dopo l’11 Settembre 2001 Putin, l’ex-numero 1 della FSB (i servizi segreti di Mosca) la cui carriera politica tanto deve alla seconda guerra cecena scatenata da premier nell’ottobre 1999, ha molto abilmente collegato le operazioni russe alla lotta al “terrorismo internazionale”, negando la legittimità politica alla controparte.
Le attuali radici della crisi vanno in moltissima parte cercate nella distanza culturale che separa Mosca dalle popolazioni in maggioranza musulmane delle entità federali del Caucaso Settentrionale, che mai prima della conquista russa -avvenuta tra il 1783 e il 1864- era stato inserito in un unico sistema politico e culturale. La problematica convivenza con gli slavi divenne guerriglia aperta nei primi anni ’90, quando l’indebolimento di Mosca concomitante con la fine dell’URSS diede linfa ai indipendentisti e islamisti caucasici, che presero il potere a Grozny (capitale della Cecenia) e combatterono con i russi una prima guerra cecena che costò la vita a decine di migliaia di persone, devastando la regione. La tregua del 1996 non fù durevole: nel 1999 i militanti guidati da Shamil Basayev e Ibn al-Khattab, ex-comandanti islamici a Grozny durante i combattimenti, penetrarono nel Daghestan, scatenando la nuova reazione militare russa a Grozny e dintorni. Da allora la guerra non è mai veramente finita e le violenze hanno raggiunto anche Mosca, con la presa degli ostaggi del teatro Dubrovka nell’ottobre 2002 (vicenda conclusasi con 168 morti). La Cecenia venne apparentemente “normalizzata” sotto Ramzan Kadyrov, attuale premier reggente, e il 16 aprile 2009 il governo russo dichiarò la cessazione ufficiale del regime anti-terroristico nella provincia. Ma gli attacchi verso le sedi del potere filorusso in Daghestan, Inguscezia e Kabardino-Balkaria non si sono attenuati dopo questa misura.
Nell’ottobre 2007 il signore della guerra ceceno Doku Umarov proclama la nascita di una entità virtuale, l’Emirato islamico del Caucaso del Nord, che dovrebbe seguire il modello talebano in Afghanistan. A nome del gruppo di cui è “emiro” Umarov si è assunto la paternità del duplice attentato suicida nella metropolitana di Mosca il 29 marzo 2010, causa di 40 morti.

L’attuale stagnazione economica non aiuta le dinamiche di pace nella regione. Significativamente il presidente russo Medvedev ha affidato a un economista, Aleksandr Khloponin, ex-governatore della regione siberiana di Krasnojarsk, la guida del nuovo Distretto Federale del Caucaso Settentrionale, nuova entità regionale creata il 19 gennaio e comprendente 6 delle 7 repubbliche del Caucaso del Nord insieme al distretto di Stavropol. Probabilmente questa nomina a sorpresa è un segnale di comprensione da Mosca verso le documentate problematiche della arretratezza economica, disoccupazione e alto tasso di corruzione che caratterizzanno la regione. Sarebbe un incoraggiante punto di partenza poter affermare in seguito a questo passo che non in tutte le controparti della irrisolta crisi caucasica campeggia solo l’idea della guerra a oltranza.




