Il Dalai Lama a Washington: nuove tensioni tra USA e Cina

MIRIAM GRECO – Lo scorso 18 febbraio, il presidente Barack Obama ha incontrato il Dalai Lama,  guida spirituale dei buddisti tibetani. Il colloquio è avvenuto nella Sala delle Mappe della Casa Bianca e non nello Studio Ovale dove di solito si accolgono i capi di stato, si è tenuto in forma privata lontano dalle telecamere e dalla stampa ed è durato circa un’ora. Tutto questo per non irritare ulteriormente le autorità cinesi che avevano chiesto di annullare l’incontro, un evento che era già stato rimandato lo scorso ottobre per non compromettere la visita di Obama in Cina prevista per novembre. Durante il colloquio, i due leaders hanno parlato di pace, diritti umani e armonia religiosa. Secondo il segretario di stampa della Casa Bianca Robert Gibbs il presidente degli Stati Uniti ha manifestato il suo “forte sostegno per la preservazione dell’ identità religiosa, culturale e linguistica del Tibet e per la protezione dei diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese” ed ha incoraggiato Cina e Tibet ad “impegnarsi in un dialogo diretto per risolvere le differenze”.

Entrambi i leader hanno però convenuto sulla necessità di “un rapporto positivo e di cooperazione tra Stati Uniti e Cina”.

L’incontro è solo l’ultimo di una serie di episodi che hanno alimentato la tensione fra Washington e Pechino: prima l’aggressivo pressing sulle emissioni inquinanti, poi l’attacco della Clinton alle politiche informatiche cinesi e il caso Google, la vendita di 6 miliardi e mezzo di dollari di armamenti a Taiwan, la reticenza cinese a votare nuove sanzioni contro l’Iran ed infine la questione del tasso di cambio dello yuan, la moneta cinese, considerata fortemente sottovalutata rispetto al valore reale e quindi di aiuto alle esportazioni di Pechino in tutto il mondo.

Molti si chiedono che interesse hanno gli Stati Uniti a provocare il paese che continua a finanziare l’astronomico debito pubblico USA. Per alcuni analisti economici di oltreoceano la Cina si starebbe preparando a voltare le spalle al dollaro, gettando le basi di un sistema commerciale e finanziario internazionale alternativo e basato sulla valuta cinese. Sarà forse questa la causa della crescente escalation?

La Cina, che considera il Dalai lama un pericoloso separatista, è rimasta profondamente insoddisfatta dell’incontro. “L’atto compiuto dagli Stati Uniti costituisce una grave interferenza nelle questioni interne cinesi” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Ma Zhauxu, “e ha seriamente urtato i sentimenti del popolo cinese e gravemente danneggiato le relazioni tra Cina e Usa che devono adottare immediatamente misure efficaci per sradicarne le conseguenze maligne”.

Pertanto il 19 febbraio il viceministro degli Esteri cinese, Cui Tiankui, ha convocato l’ambasciatore americano a Pechino, Jon Huntsman, per presentargli una protesta solenne. Pochi giorni prima dell’incontro sul China Daily , organo del Partito Comunista, si leggeva: “Come la prenderebbe il governo Usa se i leader cinesi ricevessero qualcuno che vuole l’indipendenza di uno Stato americano?… Incontrando il Dalai Lama Obama manca di rispetto al popolo cinese, si mostra ai nostri occhi come un uomo con un doppio standard morale e senza principi e ci dà l’impressione di aver detto il falso, o quantomeno di non credere alle sue parole, quando prometteva di promuovere le relazioni sino-americane”.

Negli ultimi anni la guida spirituale tibetana ha incontrato con regolarità i presidenti statunitensi, ma mai le pressioni cinesi sulla Casa Bianca erano state tanto forti. Il Dalai Lama vive in esilio in India da quando l’esercito cinese ha soffocato una rivolta tibetana nel 1959 ed ha sempre rivendicato maggiori libertà culturali e religiose per il suo popolo, ciò che chiede è autonomia e non indipendenza.

Miriam Greco

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