Haiti: il disastro continua

GAIA MUTTI – Continuano i disagi ad Haiti, nazione che copre la parte occidentale dell’isola Hispaniola, nei Caraibi, e confina con la Repubblica Dominicana. La nazione, da sempre la più povera delle americhe, è stata colpita il 12 gennaio da un devastante terremoto di magnitudo 7.

La capitale di Haiti, Port-au-Prince, si è trasformata in un cumulo di macerie, rasi al suolo gli ospedali, il palazzo presidenziale, numerosi ministeri, edifici e hotel di lusso, grandi magazzini e case, anche il Quartier generale dell’Onu è quasi completamente distrutto; lungo le strade si vedono cadaveri accatastati in attesa di una sepoltura di fortuna. Una Banca Interamericana per lo Sviluppo ha stimato che sarà necessario un miliardo e mezzo di dollari per ricostruire Haiti: siamo di fronte alla catastrofe più costosa della nostra epoca.

Il terremoto di Haiti, con un bilancio di 230 mila morti, è stato dunque più catastrofico dello tsunami indonesiano del 2004. Sono passate 6 settimane dal sisma, più di 1 milione di persone vive ancora per strada e i saccheggi sono all’ordine del giorno.

Il 12 febbraio, un mese esatto dopo la tragedia è stata organizzata una giornata di lutto nazionale durante la quale tutte le religioni e i credo dell’isola si sono riuniti: cattolici, battisti, voudou, protestanti, tutti insieme per ricordare i morti, pregando per le sofferenze dei feriti e le difficoltà di chi ha perso tutto.

Di centrale importanza in questo momento è il fatto che tra poche settimane inizierà la stagione degli uragani,  che va da giugno a ottobre, da sempre preceduta da quella delle piogge, già iniziata; e cresce la paura per una catastrofe nella catastrofe a poco più di un mese dal sisma che ha colpito 3 milioni le persone, un terzo della popolazione, e raso al suolo 250 mila case.

Due settimane fa (11 febbraio) è bastata mezz’ora di pioggia per rendere la capitale un cumulo di fango e mettere in ginocchio gli aiuti umanitari, già pochi e male organizzati; è ormai chiaro, a noi come agli haitiani, che le Nazioni Unite non riescono a far circolare velocemente e in modo efficiente le risorse.

Domenica sono iniziate le piogge, la stagione di solito inizia ad aprile ma sembra che abbia anticipato i tempi quest’anno. Le strade di Port-au-Prince e le tendopoli che ospitano le decine di migliaia di sfollati sono state coperte dal fango; è inevitabilmente esplosa la rabbia dei sopravvissuti, persone che hanno perso le famiglie sotto le macerie, vivono per strada o in ripari improvvisati senza acqua potabile, senza cibo e senza tende, ed hanno ricominciato ad organizzare proteste peggiorando la già difficile situazione.

In mezzo a tutto questo, alla distruzione, alla fame, alla sete, alle perdite, ci sono i bambini.

Migliaia di bambini rimasti senza famiglia, i bersagli ideali per il commercio clandestino di organi e di adozioni. Intanto continua il processo per gli statunitensi arrestati mentre tentavano di raggiungere la Repubblica Dominicana con 33 bambini, presentati come orfani.

Ma nessuno dei piccoli, è in realtà un orfano: a quanto risulta dagli ultimi sviluppi nelle indagini, i bambini sono stati consegnati volontariamente dalle loro famiglie, che speravano di poter offrire loro un futuro migliore.

Dei 10 statunitensi imputati, tutti facenti parte della Chiesa Battista della Central Valley (Idaho), 8 sono stati rilasciati lunedì con la possibilità di lasciare il paese mentre per 2 donne l’accusa è stata confermata.

Intanto, per motivi di sicurezza, l’esercito ha fatto evacuare i giornalisti dall’aeroporto, unico posto sicuro dove passare la notte.

Probabilmente passa una linea sottile tra la “sicurezza” dei giornalisti e il loro essere scomodi testimoni dell’inefficienza e dei ritardi delle Nazioni Unite. E mentre i giornalisti partono, gli haitiani restano e inizia una corsa contro il tempo per arginare i problemi che il maltempo ha provocato e che peggioreranno tra due mesi quando inizierà la stagione delle piogge, e molti non avranno ancora un tetto sopra la testa.


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