USA: Obama “sconfitto” nelle elezioni di medio termine

La doccia fredda delle urne tanto temuta dai democratici,  si è materializzata nelle elezioni americane di medio termine dello scorso 2 novembre. I repubblicani, avversari politici del partito del presidente Obama, si sono aggiudicati nella contesa elettorale una comoda maggioranza (240 seggi contro 189) nella Camera dei Rappresentanti, interamente rinnovata e hanno recuperato 6 seggi al Senato (si votava per 37 seggi, 1/3 del totale), dove comunque gli “obamiani” sono ancora maggioranza (53 seggi contro 47).La “speaker” democratica Nancy Pelosi dovrà lasciare lo scettro della Camera al repubblicano John Boehner. Inoltre, il GOP (“Great Old Party”, l’acronimo inglese dei repubblicani),  ha vinto anche nelle elezioni per le 37 cariche di governatore in palio, avendo ormai 29 suoi affiliati eletti su 50 stati. Obama ha immediatamente riconosciuto la “dura batosta” (da lui definita col termine “shellacking”), proseguendo: “In due anni abbiamo fatto progressi, ma troppi americani non ne hanno ancora tratto beneficio. Come presidente me ne prendo la responsabilità.”  Si è trattato di un trionfo repubblicano sopratutto alla Camera, dove per numero di seggi conquistati il GOP ha ottenuto la più grande vittoria per un singolo partito dalle elezioni del 1948.

Storicamente la sconfitta del partito del presidente in carica è stato l’esito più frequente delle elezioni di medio termine negli USA. Obama, che aveva suscitato tante attese nella gara presidenziale del 2008 predicando rinnovamento sociale attraverso la retorica della ”l’audacia della speranza”, è stato condannato alle urne, dallo stato insoddisfacente dell’economia del paese, tornata stabilmente ad una crescita del PIL accompagnato però da un alto tasso di disoccupazione (al 9,6% l’ottobre scorso, poco prima del voto).

Si tratta tecnicamente di una “jobless recovery” (letteralmente “ripresa senza lavoro”), secondo gli economisti destinata ad accompagnare gli USA verso le presidenziali del 2012. Il “destro” per colpire Obama è stato dato al GOP dai “Tea Party Movements”, un movimento di protesta populista nato agli inizi del 2009 e subito affiliato agli avversari del presidente. Raccolti attorno ai leader conservatori come Sarah Palin (sconfitta candidata repubblicana alla vice-presidenza nel 2008), i “Tea Party” hanno accusato Obama come un dottrinario liberale di sinistra e un interventista socialista di tipo europeo, criticando gli sforzi da lui promossi per riformare il sistema sanitario e salvare le grandi banche dal tracollo finanziario iniziato due anni fa con il fallimento di Lehman Brothers. Obama ha risposto metaforicamente, accusando i repubblicani di volere indietro le “chiavi” di una “macchina” da lui presa nel fango nel gennaio 2009 al momento del suo insediamento e rimessa in carreggiata dalla sua amministrazione, ma è stato chiaramente sfiduciato dagli elettori. Nel campo avversario, brilla già una “stella” che potrebbe offuscare il Presidente  nella gara del 2012: Marco Rubio, neo-senatore 39-enne del Florida e figlio di immigrati cubani, appoggiato dai “Tea Party”. Dopo il voto Rubio ha dichiarato: “Questi risultati non sono una vittoria ma una seconda opportunità per i repubblicani per fare ciò che promettono.”

Con la ripresa dell’attività parlamentare i repubblicani tenteranno di costringere Obama a ridimensionare il suo progetto di riforma sanitaria. C’è anche la necessità di dialogo sull’emergenza tasse: se non si troverà un accordo tra i due fronti e non verrà varata una legge entro fine anno, il 31 dicembre tutti gli sgravi fiscali introdotti nel 2003 dal governo Bush decadranno. Si dovrebbe tornare alle vecchie aliquote fiscali dell’era Clinton che prevedono un forte aumento del prelievo sul reddito per il ceto medio-alto. Sarà di primaria importanza anche l’azione per contenere il debito pubblico. Boehner già promette: “Washington ha fatto finora ciò che è meglio per Washington, non ciò che è meglio per gli americani. Da ora questo cambierà.”

E’ evidente che Obama e i repubblicani del nuovo “speaker” sono obbligati ad affrontare assieme, le sfide sopratutto economico-sociali di un paese disilluso preda di rabbia e paura.

Share and Enjoy:
  • Print
  • Facebook
  • Google Bookmarks

About GJERGJI KAJANA

29 anni, albanese. Ultimo periodo verso la laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali.