ALESSANDRO PAGLIA - Sono 7.611 i Comuni che in Italia ospitano almeno un impianto che produca energia rinnovabile. Quanto emerge dal “Rapporto Comuni Rinnovabili 2011” di Legambiente, ci dimostra che innovazione e qualità sul territorio sono possibili, e che molte comunità locali attuano politiche energetiche di gran lunga più avanzate di quelle proposte a livello nazionale.
Il dato sicuramente più interessante è quello che emerge dalla classifica “Comuni 100% rinnovabili”. Per entrarvi occorre che gli impianti installati riescano a soddisfare l’intero fabbisogno elettrico dei cittadini. Ebbene 964 Comuni in Italia, in pratica uno su otto, produce più energia elettrica di quanta ne consuma grazie a un mix di impianti (mini-idroelettrico, eolico, fotovoltaico, biomasse e geotermico). Sono 27 quelli che superano largamente il proprio fabbisogno, immettendo energia sulla rete e ricavandone utili da reinvestire sul territorio. In 18, invece, hanno raggiunto la piena autosufficienza, includendo oltre all’elettricità anche l’energia termica (riscaldamento e acqua calda) grazie a impianti di tele riscaldamento alimentati da biomasse o geotermico. È soprattutto il Nord che la fa da padrone, ma anche il Sud in questo settore comincia a muoversi e con notevole velocità contribuendo in misura importante alla produzione totale.
Aumenta dunque in modo significante il contributo delle rinnovabili, che nel 2010 hanno coperto il 22% dei consumi elettrici complessivi, grazie ai 200mila impianti distribuiti sul territorio. Oggi il settore conta circa 120mila occupati ed è in forte espansione ma la mancanza di un piano di sviluppo energetico nazionale rischia di frenarne la crescita.
Un’attenta lettura dei dati riportati dal rapporto di Legambiente, ci svela una chiara dinamicità di molte comunità locali. Quello che si sta affermando è un modello che nasce dal basso, dalla sensibilità di cittadini e Comuni,soprattutto i più piccoli. Si tratta di uno schema energetico diffuso: non grandi centrali a forte impatto ambientale e alti costi di realizzazione e gestione, ma una miriade di micro impianti pubblici e privati.
La prospettiva più lungimirante è quella di puntare a sviluppare nei diversi territori dei mix di impianti capaci di dare risposta alla domanda energetica, valorizzando le risorse rinnovabili presenti nei territori. Edoardo Zanchini, curatore del rapporto, sottolinea come a Lecce si produca più energiaverde di Friburgo, la celebrata capitale tedesca del fotovoltaico. “Per dare continuità a questastraordinaria rivoluzione” continua Zanchini, “occorre semplificare le normative di autorizzazione,dare certezze agli investimenti e avviare serie politiche di efficienza energetica”.
Occorre che i vertici nazionali la smettano di palesarci che non esiste alternativa al nucleare, e si rapportino in modo molto più stretto con il buon governo di tante realtà locali.Per cominciare, occorrerebbe una modifica al decreto Romani, ribattezzato “ammazza rinnovabili”,che ha eliminato ogni certezza agli investimenti e ha introdotto una revisione degli incentivi.
La speranza è che la catastrofe di Fukushima determini un ripensamento nei vertici decisionali, e li porti a dotare finalmente il nostro paese di un piano energetico nazionale, coerente e sostenibile. Le comunità ci dimostrano che gli obiettivi fissati dall’Unione Europea non sono così lontani e possono essere raggiunti con vantaggi per tutti.




