L’intervento aereo partito il 19 marzo contro la macchina bellica di Gheddafi da parte di una “coalizione di volenterosi” inquadrata sotto il comando della NATO, fa entrare la guerra civile libica in una fase cruciale. La legittimità dei raid risiede nella risoluzione 1973 approvata il 17 marzo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I primi attacchi, condotti dai caccia francesi, hanno costretto le forze lealiste a indietreggiare dalle porte delle capitale dei rivoltosi Bengasi (dove stavano per entrare) ma la situazione sul terreno rimane incerta perché le truppe ribelli non sono ancora preparate per effettuare una offensiva verso la capitale Tripoli e far cadere il Colonello.
La NATO afferma (5 aprile) che l’operazione “Unified Protector” ha già distrutto il 30% del potenziale bellico dell’esercito regolare libico, però negli ultimi giorni si registra un rallentamento dei raid. Gheddafi, rifugiatosi in un bunker a Tripoli, fa sapere che accetterebbe di intavolare delle trattative per un cessate il fuoco a patto che rimanga al potere, che detiene in Libia dal 1969.
La situazione libica si è molto ingarbugliata da quando esplose la rivolta contro Gheddafi a Bengasi il 15 febbraio. Presto la ribellione si propagò nella regione orientale della Cirenaica e raggiunse Tripoli. La repressione dei governativi fu violentissima: spari ad altezza d’uomo sulla folla, uso massiccio nelle azioni contro i rivoltosi di mercenari fatti affluire da altri paesi africani e addirittura bombardamenti dei caccia sui manifestanti nella capitale. La risoluzione ONU 1970 (26 febbraio) definì “crimini contro l’umanità” la violenza sui civili, deferendo Gheddafi alla Corte Penale Internazionale dell’Aja e imponendo un embargo d’armi alla Libia. Un intervento armato contro il Colonello iniziò a contemplarsi da Francia e Gran Bretagna. Parigi riconobbe il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), il “governo” ribelle sorto a Bengasi.
Gli USA adottarono la linea interventista di Sarkozy solo dopo che i rovesci militari dei ribelli portarono le truppe di Gheddafi alle porte di Bengasi. Era diffusa opinione nel mondo civile che a Bengasi, in caso di entrata dei lealisti, esisteva la possibilità di nuovi orrori sui civili. Il 17 marzo, al Palazzo di Vetro USA, Francia e Gran Bretagna votarono a favore della risoluzione che autorizzava l’imposizione di una “no-fly zone” sui cieli libici per impedire attacchi aerei sui civili. Approvata con 10 voti a favore e l’astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e India, la delibera del Consiglio di Sicurezza vieta espressamente l’uso delle truppe di terra per imporre il cessate il fuoco a Gheddafi.
Secondo la maggior parte degli esperti militari, il depotenziamento sostanziale del arsenale bellico di Gheddafi richiederebbe tempi lunghissimi usando contro le sue forze solo i raid aerei. Paradossalmente, al momento il modo migliore per porre fine alla guerra sarebbe un accordo con il Colonello, che non ha perso il vitale appoggio di importanti tribù del paese.
Per uscire dallo stallo di una guerra che ha già provocato centinaia di morti alcuni leader occidentali (l’ultimo il titolare della Farnesina Frattini il 4 aprile) non escludono come misura estrema l’armamento dei ribelli, al momento molto dipendenti dall’appoggio aereo della NATO perché scarsi in numero, potenziale bellico (sopratutto di artiglieria) e addestramento rispetto ai lealisti. La Turchia sta tentando una mediazione tra il governo libico e il CNT.
Appare però difficilissimo che i governi dei paesi impegnati nei bombardamenti accettino la permanenza al potere di Gheddafi, cosa che rende ancora più incerte le prospettive del conflitto nel breve futuro. Purtroppo per la popolazione della Libia la partita rimane ancora tutta da decidersi sia militarmente che politicamente.





