Una rivolta popolare causa di decine di morti, battezzata con il nome “Rivoluzione del gelsomino”, ha coinvolto la Tunisia nelle ultime settimane.Motivo scatenante dei moti è stato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, mentre sullo sfondo cresceva la disoccupazione e lo scontento verso la repressione politica esercitata dal regime monopartitico dell’ex-presidente Zine El-Abidine Ben Ali.
Dopo la proclamazione dello stato d’emergenza, il dittatore fuggì in Arabia Saudita il 14 gennaio, abbandonato anche dai vertici militari dai quali egli proveniva. La supplenza presidenziale è stata presa, secondo l’articolo 57 della Costituzione, dal presidente del Parlamento Fouad Mebazaa.
Presidente dal 1987 in sostituzione del “padre della patria” Bourguiba, Ben Ali, leader del partito unico RCD (Raggrupamento Costituzionale Democratico), lottò all’inizio con successo contro il dissesto economico che travagliava il paese al momento della sua ascesa. Il suo regimo, però, giudicato in Occidente come un baluardo di stabilità contro la minaccia islamista, fu autoritario, repressivo e corrotto.
La crisi del 2008 colpì profondamente il paese.
Nel dicembre 2010 la disoccupazione colpiva il 72% dei giovani sotto i 29 anni. Il 17 dicembre uno di loro, Mohammed Bouazizi, si autoimmolò a Sidi Bouzid (Tunisia centrale) dopo che la polizia gli confiscò la merce che vendeva senza licenza. La miccia della rivoluzione, era stata innescata.
Ben Ali tentò di reprimere con la violenza il movimento che lo contestava aspramente e rapidamente stava propagandosi in tutto il paese.
Bouazizi morirà in ospedale i primi del gennaio 2011, quando la rivolta era oramai giunta alle porte di Tunisi.
Prima della fuga, Ben Ali apparirà un’ultima volta in TV promettendo riforme, annunciando la destituzione del ministro degli Interni e l’investigazione delle uccisioni dei manifestanti. Poco dopo, sfiduciato dai generali, fuggirà.
Armando Sanguini, ambasciatore d’Italia a Tunisi dal 1998 al 2003, esprime un giudizio severo sulla fine della dittatura: “Il regime di Ben Ali ha perso perché non ha saputo prevenire, perché non ha saputo gestire la piazza e leggere la rete, ed ha dimostrato di aver perso la capacità di connessione politica e culturale con il paese. Ha perso sul terreno della fame e della libertà. Ben Ali è fuggito quando si è reso conto che né gli strumenti della repressione né quelli propagandistici né infine le promesse funzionavano più, rendendosi conto dell’errore commesso nell’umiliare i vertici dell’esercito, sfaldando la nomenclatura tunisina”.
La concessione dell’amnistia per i detenuti politici è stata seguita dalla formazione di un Consiglio Nazionale per la salvaguardia della rivoluzione, organismo composto da 28 partiti politici ed associazioni che vanno dal sindacato unico (Unione Generale Tunisina del Lavoro) fino alla estrema sinistra e agli islamisti dell’Ennahda.
Nuove elezioni politiche sono previste per la metà di luglio.
Il caos propagatosi durante la rivolta è, purtroppo, continuato – in minore intensità – anche nelle successive settimane, costringendo alle dimissioni il premier Ganouchi, sostituito il 28 febbraio da Beji Caid Essebsi, anziano avvocato ed esponente politico di alto profilo sotto Ben Ali.
Alti dignitari del precedente regime sono ancora ben presenti nel governo e nella amministrazione.
La “rivoluzione del gelsomino” ha subito ispirato altri movimenti popolari di protesta nel mondo arabo, dalla Penisola Arabica fino all’Egitto e alla Libia.




